luca forno, copyright 2018 - vat 02291790109

Photos, of course…

Of course, Luca Forno è fotografo di Persone e Cose. E l'apodittica quanto veritiera perentorietà di tale assunto è testimoniata in bella evidenza dalle fotografie di questo reportage: Nero su Bianco, sic et simpliciter… La felice intuizione di affidare al Nostro la realizzazione di molte di queste fotografie è solo superata, in positivo, dagli esiti fastosamente inusitati di un pittorico (in senso stretto) quanto pittoresco (in senso lato) bianco e nero. Un 'black and white' peraltro pirotecnico all'incontrario laddove, nella sua rappresentazione policroma duale, fa implodere il significato dell'immagine in una straordinaria mescolanza dell'uno nell'altro… Ecco perché questi  'infiniti istanti' (direbbe Geoff Dyer) che sono le fotografie di Luca Forno, non sono (direbbe Giuseppe Pinna) "mezzi di verità, ma effetti di verità, verosimiglianze" giacché - per dirla con l'ineffabile Karl Kraus - vale per la fotografia quel che diceva per l'aforisma: "non coincide mai con la verità, o è una mezza verità o è una verità e mezzo". Qui, allora, il nocciolo della questione che Forno - in queste foto - consapevolmente pone e - con queste foto - a suo modo risolve, e cioè: la Consapevolezza che il Fotografo manifesta è duplice, la Soluzione che l'Autore tenta è molteplice. Duplice consapevolezza, dunque: dei propri mezzi, e l'interezza di questo portfolio - nel sapiente uso della dicotomia cromatica chiaroscurale - ce ne dice largamente, vedere per credere… ma certo pure (consapevolezza) del proprio mezzo laddove, scatto dopo scatto, Forno ripercorre con sottile eleganza di riferimenti e con procedimento, si direbbe, à rebours la Storia della Fotografia in Bianco e Nero, passando - tra gli altri - da Mario Giacomelli a André Kertész per giungere fino a Walker Evans, infine memore praticante della lezione di Dorothea Lange per cui "la macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza la macchina". Allora, l'approssimazione interpretativa di queste immagini avviene sempre per difetto, mai per eccesso: i soggetti fotografati (persone e cose) dicono molto, le fotografie di Forno (Persone e Cose) intuiscono di più… Insomma Luca Forno ci offre una sineddoche visiva in cui il passaggio dal particolare al tutto e/o viceversa viene continuamente evocato e stimolato dal talento dell'Autore. 

Marco Riolfo, 2009

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Tra Realismo ed Astrazione

Non è facile scrivere di fotografia contemporanea. Le immagini fanno parte di un mondo che troppo ci coinvolge per essere oggetto di una disamina serena. La reazione emotiva è in agguato, la soggettività prorompe, e si rischia di parlare di sé, più che delle fotografie. Per difendermi dal rischio, propongo un compromesso: nelle poche righe che mi sono concesse provo a evocare, sì, cò che è affiorato nella mia mente di fronte a queste immagini; ma rimanendo nello stretto ambito fotografico. Spontaneamente, lo confesso, dopo aver sfogliato poche pagine (per la precisione, dopo aver azionato alcune volte il mouse) - chiedo scusa in anticipo per la mia deformazione scolastica-, la memoria visiva mi ha portata a Edward Weston. Ho continuato e, forse suggestionata dalla strada imboccata, ho pensato a Dorothea Lange. Scusate se è poco: potrei fare altri nomi, ma mi pare che questi siano sufficienti; e che Luca non potrà aversene a male. Weston oscillava consapevolmente tra due orientamenti, l'astrazione e il realismo, e riusciva miracolosamente, spesso, a farli combaciare. Portava la realtà alle estreme conseguenze, fino a perderne l'oggetto, sfiorando il virtuosismo. Cercava la perfezione tecnica considerandola l'unico veicolo possibile per ogni valore, emotivo o conoscitivo. La ricerca visiva di Luca Forno non arriva a questi equilibrismi, si mantiene spesso più ancorata al vero, ma non è del tutto estranea a quell'esperienza, in qualche misura l'ha respirata e introiettata. Lange non proponeva dei ritratti, ma delle immagini di persone, di cui sapeva restituire il dramma umano senza enfasi, con rispetto, solidarietà, discrezione, a volte perfino grazia. Eppure i suoi volti sono folgoranti, e hanno segnato profondamente la nostra percezione, non solo visiva, della realtà. Ecco, mi pare che questa grande lezione - oggi purtroppo spesso dimenticata da tanta fotografia - Luca Forno l'abbia appresa davvero, in profondità.

Elisabetta Papone, 2010    

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Sembianze di Voci e di Silenzi
Forse la cifra stilistica di queste fotografie di Luca Forno è determinata dalla tendenza a contaminare la realtà delle cose attraverso un uso drammatico del bianco e nero che - mai come nel caso del Nostro - simula alterità, spalanca abissi su spazi contigui ma estranei, a volte e non di rado perturbanti… Siamo in prossimità della luccicanza, del realismo magico, ed è con non poco turbamento che ci aggiriamo fra questi volti e questi paesaggi non-sembianti che non sono ciò che sembrano. Dubitiamo della nostra percezione visiva e ciò basta a farci abbandonare tout-court la strada maestra delle nostre certezze, a farci oltrepassare (con apprensione? con curiosità?) la soglia del nostro mondo conosciuto, la sottile linea d'ombra che separa la realtà del mondo fisico dal nostro non meno reale immaginario… Tra quello che sappiamo essere rappresentato e quello che invece i sensi ingannati registrano, si crea così un corto circuito che ci fa deragliare dai binari prestabiliti e sprofondare al di là dello specchio. E non ci può salvare la rassicurante immagine di un fanciullesco sorriso perché accanto troviamo una vanitas, che civettuola si schernisce da dietro un velo pur senza nasconderci le sue orbite ed i suoi denti di teschio. Forse queste istantanee sono l'improbabile fotografia 'esatta' di un archetipo culturale - potremmo dire: il memento mori? - la cui riconoscibilità iconografica è talmente radicata nella nostra storia da essere universalmente ed immediatamente fruita. Voci e Silenzi delle nostre inquietudini dunque, che - a dispetto della molteplicità fisiognomica dei ritratti 'vocianti' (per un quasi catalogo etnografico) non diversamente dalla varietà geografica dei paesaggi 'silenti' - ricostruiscono, nella caotica enumerazione delle immagini, un  unicum di umano e naturale disfacimento. Forse un inno, una ballata della fine, una patetica sinfonia di un mondo che accanto alle ferite ed alle crudezze della decomposizione conserva intatte tracce, ancora superbe e splendenti, di una mitica Età dell'Oro. O forse, queste fotografie, a ben vedere, a ben dire…


Marco Riolfo, 2011

L'ignoto inatteso 
Se la fotografia è una sfida continua alle leggi della bidimensionalità, questi brani visivi hanno  qualcosa di più. Tutta la fotografia "porta il suo referente con sé" (Roland Barthes) e quando è grande, coglie il significante fotografico. La cattiva fotografia marcisce di banalità splendenti e permea l'oggetto della sua attenzione nella celebrazione del mondano. Qui il segno forte delle immagini diventa l'incipit di una storia vera, che conduce sguardo e coscienza ad un dilemma  necessario:  fare i conti con un "altrove",  così lontano, così vicino.  La sintesi e la grammatica precisa e raffinata della mancanza del colore, è un insieme di regole ed eccezioni che Luca Forno conosce bene, declinate  senza incertezze, con l'esperienza che sola può far decidere "dove mettersi e quando scattare" vera sapienza fotografica. Ogni fotografia è un lemma di una lingua universale. Un  racconto fluido, svestito di qualsiasi retorica,  mediato da occhi profondi,  arriva direttamente al centro emozionale di chi guarda. Suggestioni e stupore di un mondo che appare fuori della storia, dove tutto sembra sospeso senza dimensione e senza tempo, intriso di un'aura di estatica sacralità, latore di una percezione  di appartenenza, di empatia,  genius loci  che si "respira",  diventa la coscienza del luogo e sussurra storie senza storia, in una spirale in cui ognuno viene avvolto. Allora le emozioni affiorano in superficie, e nella inquadratura, come "esclusione del resto " , trovano il loro approdo.  La bellezza, qui raccolta intorno a un fulcro silenzioso, dialoga con i nostri sensi, con il linguaggio della  realtà, nella perfezione tecnica, e della verità, nella visione stilistica.


Lucy Franco, 2011

Luca Forno - Il fotografo delle voci e del silenzio
La solitudine (più che dei numeri primi degli eterni ritorni) nel silenzioso dialogo tra gli spazi. Nei tempi che dei volti (precisi o meno precisamente detti) intuiscono perfino i dettagli - riconoscibili - del proprio futuro, presente e passato. Perché le immensità del cuore smentiscono spesso i loro limiti a favore di visioni; appunto isolate ma non solitarie: uniche  loro identità perché devono far sempre, alla fine, i conti con la loro grandezza. Immagini devastanti, non solo perché interrogano l'infinità degli spazi solcati dall'uomo (il deserto, il cielo, il volto del prossimo nella sua necessità di accoglienza, alla Lévinas) ma anche, soprattutto, quelli dell'anima ossia gli unici che rimarranno dopo il cadere del corpo; quando perdurerà solo il ricordo dei sorrisi, degli sguardi, degli sfioramenti del mondo. In merito a quanto detto infatti - e a maggior ragione - le foto di Luca Forno - a nostro avviso, e senza il più classico dei probabilmente, uno dei maggiori fotografi italiani - sono eternamente evocative: infrangono la riconoscibilità del tempo ma nel con-tempo (mi si perdonerà qui l'inevitabile heideggeriano gioco di parole) sono accurate, dettagliate, particolareggiate fino a creare un'altra realtà rispetto a quella che mostrano. Del resto, questo è l'obiettivo - si dirà facilmente - di chi fa il fotografo, ma quanta autentica differenza c'è tra chi fa e chi è fotografo? Quella appunto di ricostruire un mondo dopo averne sintetizzato un altro: quello visionariamente visto, ossia, per l'appunto, quello che supera infinitamente ciò che nell'ordinarietà delle cose vediamo o crediamo di vedere come 'nostro' mondo. E questo non è sempre scontato, si badi. Almeno non nel caso di Luca Forno. I suoi "silenzi" infatti - una delle serie più conosciute e ri-conoscibili insieme ai "ritratti" - ci 'parlano'. Non solo dei luoghi che descrivono, certamente, ma anche di ciò che mai ci immagineremmo di trovare, che mai ci aspetteremmo di vedere: segni che appaiono man mano, voci che si affacciano all'identità della nostra coscienza e che scrutando dentro l'abisso che vi si trova (perché, come disse Nietzsche in Al di là del bene e del male, "se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te") ci rivelano quel che non sappiamo guardare nel nostro Io. Quel che abbiamo dimenticato, ciò che va 'rammemorato' - per chiamare ancora in causa Heidegger - cioè cogliere (ri-conoscere) il 'detto' che non ha bisogno di esser pronunziato - se non in una determinata rivelazione - la fisionomia che in uno sguardo dona la forma, l'idea che si fa carne e colore in un'istantanea pur restando, rigorosamente, in bianco e nero. Gli scatti (nel tempo, nello spazio) di Luca Forno, infatti, proprio di questo ci parlano: della luce che non sa inseguire l'ombra, delle frecce che indicano il cielo, del grano e della terra che  si infrangono e scontrano sotto lo sguardo di un solo albero intento a contare le linee dei suoi anni, della terra inaridita sedimentata in rivoli infiniti o ancora del vento che insegue infinitamente la sabbia o del calore il suo vapore; talvolta con spazi di denuncia, come nel caso delle ciminiere che avvelenano il nostro poi. In questo senso anche i suoi 'ritratti' - nella rilevanza dei dettagli, nella loro ricercata fisiognomica che, anche qui, trasfigurano identità e personalità di quel che vediamo - non solo raccontano storie molto distanti tra loro, ma soprattutto ci dicono di sentimenti e sensazioni che forse, troppo spesso - nella dinamicità temporale del nostro fare - sentiamo da noi ormai troppo lontane. E anche qui, del resto, i 'racconti' si moltiplicano in nuove visioni: la rabbia accesa ma trattenuta di uno sguardo che da solo conquisterebbe il mondo, la pacatezza e semplicità di un al
tro che invece lo lascerebbe conquistare, lo strazio di un bimbo in pieno sole o il sorriso velato di chi ha visto troppe promesse non mantenute, la curiosità fanciullesca dietro a dei bianchi capelli o l'occhio austero di un bramino stanco, di un fiore con gli occhi neri (di una perla con sorriso) o dell'oscurità resa volto e sguardo interrogante. Questi sono i ritratti che 'dicono' e i silenzi che 'parlano' di Luca Forno; questi sono i tratti del mondo decostruito prima e trasfigurato dopo che ci renderanno sempre e per sempre -per dirla ancora con le parole di Nietzsche - "innamorati della nostra stanchezza della terra!". A ben vedere. A ben dire. Ringraziando Luca. 


Gianni Vattimo e Glauco Tiengo, 2011

Di come un Fotografo compone Haiku... 
Se c'è un luogo geografico, sul tribolato pianeta, che ancora può offrire ad un viaggiatore cinico e disincantato, se non la realtà, il ricordo di un rapporto privilegiato col sinuoso vagabondare proprio dell'esistenza, allora il Giappone era ed è la meta inevitabile di un fotografo camminatore, partecipe e meravigliato come Luca Forno... 
Varie, le realtà geografiche e produttive fin qui esplorate dal Nostro su incarico della Coeclerici, e mirabili le sue sintesi fotografiche che hanno dato conto, al contempo, della capacità d'impresa dell'Azienda e dell'Impresa capace di visione (financo fotografica, appunto)... Ma davvero, (anche) questa volta, a Forno riesce un compendio figurativo della realtà fisica e simbolica dell'Isola orientale degno della miglior pennellata di un calligrafo giapponese, omaggio occidentale ad una delle più tipiche forme d'arte orientali, lo shod?... E certo l'oramai ben noto biancoenero del Fotografo ben sostanzia - senza la presunzione di sostituirlo - il nero inchiostro (il sumi, prodotto partendo dal carbone: un segno, of course...) ed il foglio bianco del Calligrafo (l' hanshi), opportunamente allocato su di un panno assorbente nero (lo shitajiki)... Ed il risultato, ancorché fotografico, e' da leggersi più che da vedersi, esattamente (forse) come la calligrafia giapponese e' da vedersi prim'ancora di leggersi... 
Allora la vitalità lavorativa dei volti orientali di oggi può tranquillamente sovrapporsi e richiamare quella nota al nostro immaginario occidentale, riuscendo nell'empatico e raffinato gioco stilistico di trasfigurare le maestranze in Samurai precipitati nella Modernità... Allora un panorama non motivato da esigenze paesaggistiche - come pure verrebbe facile a Forno eseguire, stante il suo allenatissimo occhio occidentale... - prende forma coerente, senza soluzione di continuità, tra una Natura che ancora si avverte ammirata e Manufatti che ancora tentano un'integrazione con essa...
Allora la parzialissima visione di angolari particolari, si tratti di minimi tubi o di importanti pezzi strutturali della costruenda nave, evolve e diventa universo Zen, laddove nel poco che si vede o che si mostra (forse) sta il tutto che Forno riesce a farci intuire... 
Allora ed infine, il preciso e puntuale avvicinarsi e collimare di questi pennellate fotografiche giapponesi, traccia con nitida chiarezza un poetico componimento documentale di suggestiva contemporaneità: un modernissimo Haiku fatto di tre scatti alla volta, come da Tradizione...


Marco Riolfo, 2015

Sguardi Lontani 

Non è facile descrivere con una foto un attimo, un sentimento, un'emozione. Il fine ultimo di ogni fotografo è questo.Rivedendo gli scatti contenuti in questo interessantissimo libro ritengo che l'autore abbia centrato totalmente il suo intento.Le sue foto provocano forti emozioni: tristezza, gioia, curiosità, allegria , attraverso i volti delle persone ritratte, si vede e si vive la quotidianità di questi popoli così lontani e non solo in senso fisico da noi e dalla nostra realtà. Particolarmente interessante quella scattata attraverso il vetro dell'auto, quasi a separare due mondi totalmente differenti, che si incontrano e si osservano, con un po' di rammarico, sapendo di non poter appartenere ne all'uno ne all'altro se non per il breve momento in cui l'otturatore della macchina fotografica rimane aperto.
I volti solcati dall'età, le mamme affettuose, li uomini intenti al lavoro, la tenera foto di un bambino che piange, scatti eseguiti con superba maestria. Un sincero ringraziamento a Luca per avermi reso partecipe di quest'opera che ritengo piena di emozioni da vivere pagina dopo pagina, fino alla fine.

Domenico Addotta, 2006

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La regola del tre

 Sono tre non a caso gli elementi che reggono il filo di questo nuovo racconto fotografico di Luca Forno: un numero, appunto, l'armonizzazione di un contrasto, e una grande metafora.

Il numero è il tre, lo stesso dell'Haiku, modalità di composizione poetica di origine giapponese che prevede appena tre versi in diciassette more. Sembra facile ma per comporne uno serve tempo, precisione e qualcosa da dire in chiave poetica contemplando per giunta un salto logico.

Nel racconto di Forno si trova un'altra similitudine, oltre al numero tre, che ha a che fare con l'Haiku, ossia il rapporto tra l'uomo e la natura. Prima, per capirci, un esempio che vi parrà ancora più chiaro scorrendo le immagini del libro. E' una composizione di Issa, pittore e poeta giapponese vissuto a cavallo tra '700 e '800. Dice:

Non piangete, insetti -
gli amanti, persino le stelle
devono separarsi.

Il salto logico qui è addirittura marcato da un trattino. E serve a noi qui per entrare nel mezzo del racconto. Come convivono su una stessa isola un grande cantiere navale, quello di Oshima e le meraviglie incontaminate del parco di Sakai?

Il salto logico è evidente, il contrasto netto però dalle fotografie di Forno si intuisce che il compromesso possibile con buona pace di tutti. Così come non è possibile, a quanto si vi vede, da altri elementi che caratterizzano la cultura, la religione, la tradizione giapponese.

Troveremo quindi luoghi di preghiera in mezzo alla natura ma dentro il cantiere, incontreremo personaggi quasi mitologici, vedremo alberi di ciliegio colmi di fiori bianchissimi. Tutto in armonia, L'armonia del contrasto, salto logico quindi, sottolineato ancor più dallo straordinario bianco e nero che contraddistingue tutta l'opera di Luca Forno, che il colore, anche a scopi poetici ve lo lascia immaginare.

Infine la metafora. Le immagini che di più sollecitano la fantasia in questa storia sono i ritratti di questi uomini - che mi piace definire operai samurai - che costruiscono le grandi navi di Coeclerici. Li vedrete impegnati in imprese solo apparentemente più grandi di loro, protetti nelle loro maschere che sembrano ideate per una messinscena teatrale e che invece servono a "combattere" lancia (termica) in resta per saldare i giganteschi pannelli d'acciaio dello scafo di un gigante del mare. E tutto sembra seguire un ordine scandito da un numero, come l'Haiku o come le sequenze di Luca Forno che procedono appunto a gruppi di tre, nell'armonia poetica della stacco logico, scattato in tecnologia digitale.

Roberto Orlando, 2015